Spostati, ho una storia da raccontare | riflessione sulla scrittura
In questo articolo propongo un collegamento tra il concetto di “spostamento” e la scrittura di storie a partire da una considerazione su “L’interpretazione dei sogni” di Freud, in conclusione fornirò esempio pratico, non ché un invito alla lettura, a partire dall’opera di Paula Vogel “How I Learned To Drive”.
Qualche giorno fa sono finito in un corto circuito drammaturgico-filosofico-psicoanalitico che vorrei condividere con voi.
Ho ripreso in mano “L’interpretazione dei sogni” di Sigmund Freud, un’opera visionaria nella quale il fondatore della psicanalisi propone un’analisi dei meccanismi presenti nei sogni. In alcuni passaggi S. insinua che la psiche del sognatore tende a “drammatizzare” i contenuti onirici per renderli maggiormente accettabili e meno traumatici. Aggiungo io: tende a drammatizzarli un po’ come farebbe un drammaturgo nel momento in cui cerca di adattare alla scena un’intuizione che ha nella sua mente.
Secondo Freud il sogno è l’espressione di un desiderio, ma spesso questo desiderio non può essere vissuto in modo cosciente e consapevole dal sognatore, in quanto rischierebbe di traumatizzarlo a causa del suo contenuto. Per poter rappresentare il desiderio (che non può essere ignorato) senza svelarne il contenuto scandaloso la nostra mente mette in atto delle strategie che hanno lo scopo di salvare capra (espressione del desiderio) e cavoli (equilibrio mentale).
Una delle strategie salvavita messe in atto dalla nostra psiche è il così detto meccanismo dello “spostamento”. Si tratta di un meccanismo inconscio di autodifesa attraverso il quale dei contenuti psichici che sono inaccettabili vengono “spostati” verso un altro ambito più rassicurante.
Propongo esempio: abbiamo passato un pomeriggio stressante seduti ad un tavolo di cristallo in una sala riunioni di una casa di produzione che sta valutando la fattibilità di un nostra sceneggiatura; usciamo da quella riunione molto arrabbiati nei confronti di noi stessi e del mondo intero perché la nostra sceneggiatura non ha entusiasmato gli animi delle persone riunite attorno a quel tavolo trasparente; non potendo scatenare il putiferio contro le persone con le quali collaboriamo e nemmeno compiere atti plateali di autolesionismo, passiamo la serata a sfogare la nostra frustrazione ingozzandoci di junk food e bevendo bibite zuccherate. La notte sogniamo di essere imprigionati in una teca di vetro (come il tavolo di cristallo) che cerchiamo in tutti i modi di frantumare.
La rabbia e la frustrazione della riunione di lavoro si sono spostate sulle frittelle, la Sprite e il sogno.
Nei sogni e nella vita reale molto spesso un’azione (ingozzarsi di cibo) e una situazione (il sogno della teca) ne significano altre, nel tentativo della mente di mascherare un desiderio/pensiero inaccettabile (gridare la propria rabbia).
Qui sceneggiatori e sceneggiatrici, ma anche chi si occupa di scrittura per il teatro, dovrebbero drizzare le orecchie. Lo spostamento (assieme ad altri meccanismi psichici) rendono i contenuti dei sogni non ovvi (manifesti direbbe S.) bensì accettabili e soprattutto interpretabili.
Riflessione: cosa c’è di peggio di una scena o di un dialogo che risulta ovvio, prevedibile, didascalico? Cosa c’è di peggio di una storia che dice esattamente quello che deve dire senza margini di interpretazione? La risposta è: non c’è nulla di peggio.
Già Ernest Hemingway nella sua teoria dell’iceberg (se non sapete che cos’è dovreste darle un’occhiata, molto interessante) sosteneva che chi si occupa di scrittura dovrebbe come prima cosa evitare l’ovvio, e nascondere tutto ciò che è evidente e palese. Allo stesso modo, nella pratica di revisione di sceneggiature spesso (mi) capita che uno dei problemi principali delle prime bozze è quello che dialoghi e situazioni risultano troppo on-the-nose, troppo diretti, prevedibili, privi di sottotesto, di fatto rendendo i testi banali e/o imbarazzanti.
Spesso, l’arte della scrittura risulta coincidere con l’arte occultare o, per dirla con Freud, di spostare i contenuti da un ambito all’altro, in questo caso non per una sorta di censura psichica, bensì per fare in modo che scene, dialoghi e storie funzionino e che siano accettabili e interpretabili dal pubblico o da chi legge.
Sia a livello psichico che a livello drammaturgico, per sopravvivere, quindi, bisogna spostarsi. E quanto più ampio è lo spostamento, più il testo richiede un’interpretazione da parte del pubblico. In sala gli spettatori dovranno lavorare i significati e i segni per ricomporre un quadro che lo scrittore o la scrittrice avranno confuso ad arte.
Lo spostamento si può interpretare in un doppio senso:
– quando ci si ispira a fatti realmente accaduti, quei fatti possono essere il richiamo per altre situazioni, ovvero ti parlo di questo evento per parlarti di qualcos’altro (gli eventi potrebbero essere colti come una metafora)
– quando si crea una storia originale, quella storia diviene il pretesto per parlare, senza parlarne, di altre storie che probabilmente si collegano con la realtà che vive il pubblico
C’è bisogno di un esempio? Probabilmente, sì.
Recentemente ho letto un testo che mi ha molto emozionato e che mi ha colpito sia per la storia che racconta che per lo “spostamento” che mette in pratica in modo magistrale.
Il testo è “How I Learned To Drive” di Paula Vogel, una drammaturgia vincitrice nel 1998 del Pulitzer Prize for Drama. Al centro dell’azione c’è la relazione sentimentale/manipolatrice tra l’adolescente Li’l Bit e il quarantenne Uncle Neck. La relazione clandestina e a tratti disturbante tra i due viene presentata attraverso la metafora (spostamento) delle lezioni di guida che lo Zio Neck impartisce alla nipote Li’l Bit.
Le regole che Li’l Bit deve assimilare per imparare a guidare, sono in realtà le regole di una relazione clandestina e di una manipolazione da parte di un adulto nei confronti di un’adolescente. Le lezioni di guida sono un pretesto per la drammaturga per parlare di ciò di cui non si potrebbe parlare (perché troppo esplicito e disturbante per il pubblico) o di ciò di cui sarebbe troppo ovvio parlare (anche in questo caso perché esplicito, ma in un altro senso, ovvero in quanto ovvio).
Lo spostamento, in questo caso attraverso la metafora delle lezioni di guida, rende quindi accettabile e interpretabile anche ciò che sarebbe disturbante o prevedibile.
Sempre nello stesso testo viene presentato l’ambiente famigliare nel quale si trova Li’l Bit, un ambiente distante e giudicante composto da nonno, nonna, madre, zia, … Per “spostamento” questo contesto di personaggi viene rappresentato attraverso un coro greco che vive nella dimensione della chiacchiera e del pregiudizio il dramma di Li’l Bit, di fatto rimanendo sempre lontano anche a livello linguistico e interpretativo dalla relazione amorosa che ha con il proprio parente più anziano. Anche in questo caso l’ambiente famigliare viene “spostato” nel contesto del coro greco, di fatto rendendolo più caratterizzato, teatrale ed efficace.
In conclusione l’arte dello spostamento è un vero e proprio salvavita delle nostre storie in quanto mette in pratica una delle tecniche principali per rendere teatrali ed efficaci le nostre storie, scene e dialoghi, ovvero parlare di qualcosa parlando di qualcos’altro. Questa tecnica porta sul foglio e sulla scena sottotesto e chiavi di interpreatzione che mantengono il pubblico attivo in platea e il lettore vigile sul foglio.
E voi, dove state spostando le vostre storie?
(p.s. ho chiesto all’intelligenza artificiale di generare “Freud che guida un furgone dei traslochi” ma ha generato “Harrison Ford che guida un camion”…LOL)